ETERNAL FLAME - TRA SOGNO E REALTA'
Gracy è la tipica ragazza lunatica e spovveduta che vive in un paese sconosciuto con i suoi zii. Trasferita da poco e immersa nel mondo scolastico con la sua nuova migliore amica Mischa, Gracy vivrà di giorno con la paura della notte. Con la paura di addormentarsi e fare i suoi soliti incubi. Perchè è da quando vive in quel luogo che Gracy fa strani sogni con persone irreali ed al tempo stesso così vive, che crede di conoscere ma che non appartengono al suo mondo. Cercherà tutti i modi possibili per riuscire a trovare un po' di pace e dormire tranquillamente, fino a quando non conoscerà l'affascinante Jan ed entrerà in un mondo fatto di pericoli e passioni stravolgenti. Così Gracy comincierà a conoscere meglio se stessa, la vera parte di se che non sapeva esistesse.
Vi posto il prologo ed un capitolo del libro che vi sto segnalando, è di una mia carissima amica.
Spero vi piaccia!
Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato, ama il tuo peccato e sarai innocente.Jim MorrisonPROLOGOLo stretto corpetto aderiva al mio corpo come una seconda pelle, togliendomi quasi il fiato. La scollatura era sconvolgente, come del resto il vestito che indossavo. La sarta che me lo aveva confezionato aveva fatto bene il suo lavoro, per questo era considerata la più brava di tutta la Francia.
Velluto nero formava dei morbidissimi disegni sul raso rosso del corpetto, che accentuava la preziosità del vestito. E la gonna, svolazzante e gonfia, attorniava la mia sottile vita facendomi sembrare ancora più magra. Era la prima volta che indossavo un abito del genere, erano rare le volte che mio zio mi comprava indumenti così costosi. Ma finalmente mi aveva accontentata. Dopo tutto era il giorno del mio debutto in società e dovevo apparire magnifica, se non la più bella di tutte. E soprattutto volevo finalmente trovare un uomo degno di poter divenire un giorno mio marito e capace di sposarmi in breve tempo, così da potermene andare via di casa. Mi guardai allo specchio. I lunghi capelli marroni erano acconciati in un piccolo chignon sulla nuca, che lasciava qualche ciocca ai lati del volto. Mia zia mi aveva aiutata con il trucco e mi aveva prestato un girocollo nero che faceva apparire la mia pelle ancora più bianca di quello che in realtà già era.
- Sei splendida… - mio cugino entrò nella stanza senza bussare, facendomi sussultare. Anche lui aveva scelto per quel giorno un abbigliamento ancora più elegante del solito. Teneva in mano un cilindro nero e mi guardava da dietro le spalle. Incrociai il suo volto nello specchio mentre mettevo un altro po’ di cipria al viso. Sorrisi.
- Anche tu sei splendido cugino mio.- mi alzai e lo guardai negli occhi – Vuoi far perdere la testa a qualche fanciulla? Tuo padre mi ha confidato che ci sono le più belle dame di tutta la Francia! – mi prese una mano, se la portò alle labbra e la baciò delicatamente.
- Nessuno può competere con la tua bellezza cara cugina – sorrisi, aveva fatto colorare di porpora le mie guance bianche.
- Sei sempre così carino.. – portai una mano al volto per nascondere la mia improvvisa timidezza - spero che troverai la tua futura sposa questa sera – dissi decisa e con tutto l'affetto che potevo donargli.
- Spero che sarà così anche per te… lo sai che l’unica cosa che voglio è la tua felicità – mi guardò arrossendo . Poi uscì da sotto il cilindro una piccola rosa rossa. Bellissima, delicata e profumata. L’avvicinò al mio viso e la incastrò tra alcune ciocche dei miei capelli con un piccolo ferretto che doveva tenere a posto l’ acconciatura.
- Grazie Terence! E’ bellissima! – sorrisi emozionata ed entusiasta. Mi fece fare una piroetta, ed ammirò incantato lo svolazzare della gonna che aveva provocato.
- Mai quanto te.. mia piccola Gracy-.1.Quello strano sogno continuava a perseguitarmi da giorni e non voleva farmi dormire.
Mi rigirai nel letto, cercando di ritrovare la serenità che una volta avevo. Le palpebre mi bruciavano, avevo sonno, ma nello stesso tempo paura di chiudere gli occhi e rivedere quelle persone. Cominciai ad osservare il soffitto, sperando che almeno quello avrebbe assopito i miei occhi elettrizzati. Ma l’unica cosa che riuscii a provocare fu lo strano rumore cigolante delle molle del letto. Tenni le orecchie in allerta pensando o sperando che mio zio sarebbe venuto a vedere cosa non andava. Ma niente, sicuramente neanche lui aveva voglia di alzarsi e lasciare il suo caldo materasso. Mi guardai attorno stufa di quella situazione. Non era possibile che la mia mente non riuscisse a concentrarsi su qualche altra cosa che non fosse quel maledetto sogno!
Mi alzai dal letto infreddolita ma anche un po’ sudata e cominciai a cercare nella valigia qualcosa da mettere. Era ancora buio e non riuscivo a vedere bene i vestiti che toccavo, sperai che almeno quello che avrei scelto non avrebbe fatto schifo o che non fosse macchiato. Mi vestii velocemente. Prima fossi uscita da quella stanza, da quella casa e prima sarei riuscita a rilassarmi. Ero stanca di quello che stavo passando. Quando ero fortunata mi svegliavo ogni mattina verso le cinque, ma se avevo la luna storta l’orario poteva mutare e divenire più piccolo.
Infilai le scarpe senza sedermi, aiutandomi con il muro, e presi il cellulare che c’èra sul comodino. Erano le cinque e mezza.
Camminai avanti e indietro per la stanza, indecisa, frustrata.
Non ce la facevo più. Ero pazza! Cosa mi impediva di prendere sonno? Uno stupido sogno! Qualcosa che era solo frutto della mia immaginazione! Perché allora ero così timorosa nel chiudere gli occhi e rifare lo stesso sogno? Perché quest’ultimo non cessava? Ogni volta sembrava fossi in un film. Nuove avventure per i personaggi che lo vivevano. Nuove persone.
Basta!
Presi la giacca, le chiavi ed uscii velocemente di casa.
La sabbia penetrava dentro le scarpe da ginnastica solleticandomi i piedi e l’umidità della spiaggia mi bagnava i jeans. Ero seduta da mezz’ora in quella posizione ormai rassegnata a congelare per il freddo che c’èra. Era appena cominciata la primavera ed io mi trovavo su di una spiaggia deserta a contemplare il cielo grigio ed il mare agitato. In quel posto, Londra, le stagioni erano in continuo cambiamento, così come il tempo. Poteva piovere un giorno ma quello dopo fare un caldo pazzesco. Odiavo quando non c’èrano dei canoni da seguire e da gestire. Perché il sole non voleva per una volta fare capolino dalle nuvole e riempire quella giornata noiosa e cupa?
Forse avrei fatto meglio a rimanere a casa, nel mio letto sotto le coperte. Di sicuro non avrei sofferto tutto quel freddo! Il giubbotto che portavo non era il massimo, mi riscaldava a stento, e mi ero anche dimenticata i guanti neri!
Imprecai nella mente..e soffiai nelle mani chiuse a coppa,cercando di formare all’interno un po’ di tepore. Ma niente! Perfino il mio respiro non voleva cooperare.
Chiusi gli occhi, cercando di riposare la mente, stavo svenendo dal sonno. Il motivo principale era uno solo. Era da qualche settimana che non riuscivo a dormire, e quando quelle rare volte ci riuscivo facevo degli strani sogni che mi risvegliavano bruscamente dal mio stato di quiete. Le mie nottate erano diventate irrequiete. Avevo perfino paura di addormentarmi! Appena chiudevo gli occhi mi ritrovavo davanti persone sconosciute… vestite eleganti. All’inizio avevo pensato che fosse un evento normale..ero una ragazza normale e poteva capitare a chiunque di soffrire di insonnia!
Poi però quei sogni erano diventati un abitudine, una routine, che mi perseguitava sempre, giorno e notte. Mentre all’inizio vedevo tutto dall’esterno, come se fosse un film in bianco e nero , poi all’improvviso ero diventata io la protagonista di quella strana situazione e le cose avevano acquistato colore. Ma non gestivo io gli avvenimenti, le parole che uscivano dalla mia bocca e i miei gesti... Tutto era programmato, come se vi fosse un copione ed io dovessi leggerlo pian piano. I volti degli sconosciuti erano aumentati e avevano acquistato un nome.
Quella notte però avevo fatto il sogno più strano di tutti gli altri.
Mio cugino, quello che nei sogni diceva di esserlo, mi aveva chiamata per nome, per la prima volta. La stranezza dell’avvenimento era dato dal nome che aveva usato, lo stesso che nella vita reale possedevo, Gracy..
Mi guardai attorno.. ero diventata pazza. Lo sapevo. Non potevo farmi dei film mentali solo per dei sogni che non significavano niente! Erano irreali.. frutto della mia immaginazione. Dovevo solo rilassarmi un po’, cercare di dormire almeno qualche minuto. Mi coricai lentamente, incurante del freddo che provocava la sabbia umida sul fianco un po’ scoperto dal giubbotto, e poggiai la testa su di un braccio, per non sporcarmi i capelli. Chiusi gli occhi, cercando di non pensare a niente, di lasciarmi trasportare dal rumore che il mare provocava quando sbatteva sulla riva e formava la schiuma delicata.. Respirai affondo, assaporando quell’odore salino e sperando di sognare, almeno quella volta, qualcosa di diverso.
- Mamma… è morta? – aprii lentamente gli occhi, nella mia mente erano passati solo pochi minuti, ma sapevo che non poteva essere così. Il cielo era più chiaro ed avevo gli occhi tumefatti dal sonno.
- Wendy allontanati da quel barbone! – una bambina bionda, che poteva avere cinque anni mi pizzicava con un bastoncino guardandomi attentamente. Mossi la testa provocando un suo improvviso gridolino e balzo verso la madre. Forse non ero l’unica a cui piaceva stare su di una spiaggia deserta la mattina presto. Mi alzai e tossii la poca sabbia che mi era entrata in bocca quando la bambina si era mossa. Sbattei le mani e pulii i jeans, non curante dello sguardo allibito della madre e di sua figlia. Perché continuavano a fissarmi ed a seguire ogni mio movimento?
Guardai l’orologio, l’aria si era riscaldata leggermente, ma il sole era opaco, nascosto da mille nuvole. Erano le sette e mezza, dovevo andare a scuola dopo un ora circa, e ancora avevo tanto sonno. Sicuramente avevo la faccia ancora marchiata dal pisolino perché la signora mi guardò strabuzzando gli occhi. La sentii sussurrare a sua figlia.
- E’ una persona cattiva Sally..! – la bambina si liberò del suo abbraccio protettivo per ritornare a scorazzare felice sulla spiaggia, come se si fosse dimenticata della mia presenza o di quello che fosse successo un attimo prima.
M’incamminai verso casa, a passo spedito, senza neanche togliermi la sabbia dalle scarpe, ero in ritardo. Mio zio doveva essere già andato a lavoro e probabilmente aveva notato la mia assenza. Pensai alla sfuriata che mi aspettava a pranzo una volta ritornato. Cavolo non era mio padre! Anche se mi aveva fatto entrare nella sua famiglia come una figlia non poteva trattarmi ancora come una bambina! Avevo diciassette anni!
Ha paura per te. E’ il suo modo per proteggerti, per non farti ridurre come tua madre. Sua sorella.
Aprii il portone e lo sbattei alle mie spalle, provocando un rumore assurdo che fece vibrare le pareti.
Da cosa doveva proteggermi? Ormai l’unica cosa che mi aveva permesso di fare era andare a scuola! Di certo non abitavano degli assassini dentro la mia camera!
- Gracy??? – mia zia fece capolino dalla cucina, il volto corrugato. Mi guardò arrabbiata. Portò le mani ai fianchi.
- e’ questo il modo di fare? andarsene di casa senza dire niente a nessuno? Tuo zio non ha detto una parola quando è uscito, e sai che cosa vuol dire! – cercai di non ascoltarla e mi diressi direttamente in camera mia. Non era brava a rimproverarmi. Era una donna troppo minuta ed aveva il viso troppo dolce per sembrare cattiva e pericolosa. Aveva dei lunghi capelli corvini ricci, e gli occhi grigi, molto spenti. Chiusi la porta, la sentii sbuffare ma poi ritornò alle sue faccende domestiche.
Quando mi avevano ospitata in quella casa mi avevano dato una piccola stanza vuota. Che usavano a volte come sgabuzzino. Era molto fredda e umida, ma io mi ero accontentata. Speravo che era una sistemazione provvisoria. Mi avevano dato un vecchio letto cigolante, promettendomi che me ne avrebbero comprato uno nuovo per natale.
La valigia era per terra, aperta, con tutti i vestiti scompigliati. Era ancora tutto un caos, dato che non era stato programmato nulla. Ero arrivata quell’estate, quando i miei zii avevano portato mia madre in un ospedale psichiatrico.
Lei era da un bel po’ che aveva dei comportamenti strani, ma pensavo che fosse così perché era stressata dal lavoro... Non mi riconosceva mai, mi chiamava con nomi differenti. Gridava.. si strappava i capelli...mi picchiava. Alla fine cercò di farmi del male colpendomi con un coltello, ed io non avevo più retto. Avevo paura. Non solo per me stessa. Ma per la sua salute. Poteva anche auto lesionarsi o addirittura suicidarsi!! Volevo curarla, aiutarla. Ma da sola non ci sarei mai riuscita. Quindi chiamai gli unici parenti che ancora erano in vita, i miei zii. La portarono subito da un dottore che le consigliò un ospedale sui Pirenei. Da quel giorno non la vidi più. Non potevamo neanche andare a trovarla, i medici avevano detto che doveva fare una cura molto forte e la nostra presenza sarebbe stata d’intralcio.
Non ti ha mai voluta bene.
Scacciai dalla mente quell’ultimo pensiero. Ma cosa dicevo? Lei mi amava tantissimo! Aveva solo perso la testa.. era diventata pazza. Non era colpa sua… e tanto meno mia!
Presi lo zaino ed uscii velocemente dalla camera. Non avevo voglia neanche di truccarmi. Tanto non sarei mai riuscita a mascherare le settimane di sonno che avevo perso. Afferrai la merenda che mi aveva preparato mia zia sopra il tavolo, senza farmi vedere e scappai sperando di non perdere l’autobus.